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Intervista a Paolo Alberati

Abbiamo chiesto ad alcuni atleti, clienti e amici di Effetto Mariposa di raccontarci come vivono la loro passione per bicicletta. Conosceremo 12 personaggi che ci racconteranno le loro esperienze, le loro skills e quanto amano il mondo delle due ruote. Oggi è il turno di Paolo Alberati, ex ciclista professionista su strada e MTB, preparatore e procuratore sportivo, scrittore.

Paolo Alberati in Sicilia
Paolo Alberati alle pendici dell’Etna, dove vive.

Se dovessimo descrivere Paolo Alberati con una sola definizione, non ci riusciremmo. Impossibile. Ma non ne basterebbero nemmeno due o tre. Perché quella di Paolo, classe 1973, è una figura poliedrica, di quelle che nella vita non si sono mai fermate, una persona tra le più autorevoli, carismatiche e stimate del panorama ciclistico internazionale; e non basta dire che è un ex ciclista professionista, seppur abbia militato dal 1995 al 2003 in squadre prestigiose come la corazzata della Mapei-GB e corso con leggende quali Tony Rominger, Johan Musseuw e gli indimenticati Franco Ballerini e Frank Vandenbroucke.
Insieme alla bici da corsa, Paolo ha gareggiato per anni anche in MTB, tra i pionieri della disciplina, imponendosi con 79 vittorie e 2 giri d’Italia MTB. Non pago del sudore sui pedali, ci ha dato dentro anche con lo studio: si è laureato in Scienze politiche, con una tesi sull’attività partigiana di Gino Bartali, che ha ispirato poi una fiction Rai su Ginettaccio. Già direttore sportivo, oggi è procuratore ciclistico e scopritore di talenti -il nome Egan Bernal vi dice qualcosa?- oltre che allenatore di professionisti, dilettanti e amatori. Per non farsi mancare nulla, ha organizzato anche gare ciclistiche,
come il GiroBio, il Giro d’Italia Under 23.
Facciamo un lungo respiro e, per ora, fermiamoci qui per farci raccontare qualcosa da lui, visto che lo abbiamo raggiunto telefonicamente dove vive ora, in Sicilia, alle pendici dell’Etna.

Allora Paolo, come fai a gestire tutti i tuoi lavori, che poi sono anche le tue passioni?
“Sono sempre molto impegnato, i miei lavori ora sono ben tre. Ieri sera, ad esempio, ho preparato programmi di allenamento fino alle 4 del mattino.
La mia salvezza ora sta in una semplice formula: una settimana ogni sei/sette non lavoro. Me la prendo per riposare e per stare con la famiglia, con i miei figli, li porto a fare atletica leggera, a fare sport, in bici per il parco dell’Etna: Fare niente non è concesso a nessuno in famiglia (ride). Mi organizzo la settimana per andare in bici almeno tre volte, ormai per pura passione.”

Il ciclismo, quindi, è ancora la tua vita…
“Sì, è così, tutto quello che faccio ruota attorno al ciclismo sia nel mio studio che in giro per il mondo visto che, durante le gare, seguo i miei atleti come procuratore sportivo con Maurizio Fondriest e Andrea Bianco. Alcuni di questi Pro li alleno anche direttamente, in accordo con le loro squadre, come la Trek Segafredo e la Bahrain McLaren.”

Ti sei specializzato in allenamento e biomeccanica, immagino che con il tuo curriculum i clienti non ti manchino.
“Oltre ai professionisti seguo diversi amatori e mi fa piacere perché aiuto le persone ad allenarsi al meglio, senza fare errori. Sono molto attento alla tecnica e utilizzo i prodotti di Effetto Mariposa da tanti anni. Come biomeccanico, tutti i giorni uso le chiavi dinamometriche Giustaforza: hanno più di 10 anni e vanno ancora bene. Faccio un figurone perché molti biomeccanici, ancora oggi, usano normali brugole mentre i clienti ti portano le bici come se fossero le proprie figlie! Non si può trattare una moderna bici in composito senza usare le dinamometriche, si rischia di rompere tutto. Il carbonio ha bisogno dei suoi specifici serraggi e di prodotti specifici. Ad esempio, se non vuoi rischiare di far scendere il reggisella, non occorre stringere di più ma si deve usare uno spray bloccante o una resina come il Carbogrip mentre, se hai problemi di sbloccaggio di parti unite tra loro come un reggisella, c’è il Carbomove.”

Dev’essere una bella soddisfazione preparare atleti che poi vinceranno.
“Sì, preparare gli atleti mi consente di avere uno strumento in più come talent scout e di trovare i corridori forti per davvero, che spesso sono in Sud America. Non guardo l’ordine di arrivo delle corse, quello conta relativamente: misuro direttamente il “motore” degli atleti con i miei test di watt e potenza.”

Come mai il più grande bacino di ciclisti forti sembra essere proprio in Sud America?
“Il talento non manca anche in Italia, dove ci sono tanti potenziali campioni. Certo in Sud America vi è una grande concentrazione di ciclisti predisposti geneticamente ma anche molto determinati, perché vengono dal nulla: quando si allenano, a loro non interessa se la stanza è bella oppure no, se non c’è la Tv in camera, se devono fare un chilometro per andare al ristorante. Vengono da un mondo contadino dove le privazioni e le rinunce sono all’ordine del giorno: spesso si svegliano alle 4 del mattino perché sono abituati a lavorare i campi con i genitori e non hanno distrazioni. Certe rinunce noi non sappiamo più farle, ma è comprensibile. Alfredo Martini diceva che fare il ciclista una volta era più facile mentre, nel mondo moderno, è da eroi.”

Alberati con Egan Bernal, quando viveva e si allenava da lui.
Alberati con Egan Bernal, quando viveva e si allenava da lui.

Tu hai scoperto, con Andrea Bianco, nientemeno che Egan Bernal, un campione che ha vinto il Tour de France 2019 a soli 22 anni, terzo ciclista più giovane a riuscire nell’impresa. Com’era Egan quando l’hai conosciuto?
“Quando venne in Europa nel 2015 per i mondiali ad Andorra di MTB era al secondo anno da Under23: capimmo subito che era sprecato a correre solo in Mountain Bike, ci trovavamo di fronte ad un fenomeno, uno di quei corridori unici. Gli feci un test e aveva 90 come massimo consumo di ossigeno. Era un campione assoluto che, secondo me, avrebbe dominato non solo nel ciclismo ma in qualsiasi sport di endurance avesse fatto. Rimandammo subito il biglietto aereo che doveva riportarlo a Bogotà, in Colombia. Si stabilì un mese da me, lo portai a fare tre gare e le vinse tutte e tre! Lo misi sulla bici da strada e lo portai con me alla coppa Agostoni, dove dovevo incontrare Gianni Savio: Gianni lo mise subito sotto contratto per 4 anni alla Androni Giocattoli-Sidermec, e aveva solo 17 anni. Da lì, è nata la sua carriera di ciclista su strada, che è soltanto all’inizio. Umanamente, per me è stata una soddisfazione impareggiabile: se penso che fino a pochi anni prima correva con la mia bici personale perché non ne aveva una da corsa, mi vengono i brividi.”

Invece com’era il Paolo Alberati degli inizi?
“Noi, la generazione di professionisti del 1995-1996, siamo stati un po’ a cavallo tra il vecchio mondo del ciclismo e quello nuovo. Sono stati anni pazzeschi. Se penso che ho firmato con la Mapei da giovanissimo…”

Già, contratto da ventunenne con la mitica Mapei-GB…
“Ero un ragazzino, ricordo l’incontro nell’ufficio del dottor Squinzi per il contratto: si accertò del fatto che fossi “pulito” ed ebbe le conferme dalle sue fonti. La mia prima corsa da professionista fu il trofeo Laigueglia, dove ero in camera con Franco Ballerini e, da lì, nacque una bella amicizia. Legai molto anche con Frank Vandenbroucke. Se penso che non ci sono più entrambi… VDB lo seguii in un giro d’Austria che vinse, ed era più giovane di me di un anno. Per me Frank era un genio, un Pinturicchio. Era un anticonformista di grande talento, credo che anche la sua grande sensibilità, un po’  come quella di Pantani, nel momento di difficoltà l’abbia portato a esacerbare lo stato di malessere e a farlo diventare patologico. Frank Era sempre pronto a fare pazzie: con Lefevre, nostro direttore sportivo, fecero il bagno in un lago in Austria, una cosa inusuale visto che il Giro non era ancora finito. Ma era molto attento alla preparazione: arrivava sempre per ultimo a colazione, per dormire 40 minuti in più… in una gara a tappe, alla fine, recuperava un giorno di sonno. Poi mangiava la pasta senza olio ma, di notte, in camera, mi convinceva ad andare a prendergli dei biscotti per i morsi della fame.” 

Paolo Alberati in maglia Mapei-GB nel 1996
In maglia Mapei-GB nel 1996

Sono stati anni controversi ma bellissimi per il ciclismo…
“La grande organizzazione di una squadra come la Mapei non toglieva a noi il gusto di essere assolutamente giovani, umani: eravamo un gruppo di ragazzi che lavoravano tanto e bene, ma molto liberamente. Io non ero talentuoso come i ciclisti professionisti che seguo ora: per poter rimanere negli standard minimi dei pro, dovevo dare il mio 120%: quindi puoi immaginare che distrazioni ne avevo veramente poche. Provavo ammirazione e un’invidia buona verso i talenti puri come Marco Pantani e Mario Cipollini: per loro sembrava essere tutto facile, si godevano la vita ciclistica perché il grande talento che avevano glielo permetteva.”

Copertina del libro di Alberati su Bartali, edito da Giunti
Copertina del libro di Paolo Alberati su Bartali, edito da Giunti

A tutto questo tu hai abbinato lo studio e la scrittura.
“Ci ho messo molti anni ma mi sono laureato e studio ancora, sempre. Poi ho avuto la fortuna di scoprire l’impegno partigiano di Gino Bartali e il privilegio di poterlo raccontare. Ora ho un altro progetto editoriale, lo sto sviluppando e coinvolge molti atleti e i loro sogni, spero di poterlo pubblicare presto.”

Il Giro d’Italia per te è stato un sogno realizzato.
“Io già da piccolo sognavo di fare il Giro d’Italia. Rimasi folgorato quando il Giro passava nel mio paesino in Umbria: andammo con mio padre a veder passare la tappa. Mi ricordo la carovana, le moto, poi la velocità del passaggio, che è durata un attimo. Raccolsi una borraccia a terra e corsi a casa per rivederli in TV. Il sogno è nato quel giorno e ce l’ho fatta a realizzarlo, nel 1997. Quando ti trovi dentro al Giro da corridore ti rendi conto di vivere ogni giorno come in una grandissima sagra paesana: vivi 42 feste, tra partenze e arrivi. Le vivi ma non le gusti: sono dovuto tornare nei posti in cui ho corso perché non avevo visto nulla! Il Giro D’Italia è estremamente impegnativo. Ma, se devo fare un bilancio della mia vita, tutta la mia esperienza ciclistica ne è valsa la pena proprio per quel Giro. Ho vinto anche alcune gare e non potrei chiedere di più di quello che ho avuto.”

Effetto Mariposa

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